Luca Bracali, una vita da esploratore – parte 2

Luca Bracali, una vita da esploratore - parte 2

Tempo stimato di lettura: 86 minuti

Nello scorso appuntamento con la rubrica “Racconti fotografici” abbiamo conosciuto e scoperto il fotografo esploratore, documentarista, giornalista, regista, operatore drone e video maker, Luca Bracali.

Ci ha fatto entrare nel suo mondo, nella sua vita, nel suo lavoro, abbiamo scoperto i suoi progetti, qual è il suo tipo di fotografia e cosa lo appassiona.

Se non avete ancora letto la prima parte dell’intervista, vi consiglio di non perdervi l’articolo “Luca Bracali, una vita da esploratore – parte 1“.

Oggi, invece, inizieremo un viaggio insieme a Luca alla scoperta delle sue avventure, dei suoi racconti, delle storie rappresentate attraverso le sue fotografie e dei suoi progetti.

Parlando dei tuoi progetti, ricordi quale è stato il tuo primo documentario, che emozioni hai provato nel realizzarlo e che emozioni hai provato quando lo hai portato a termine?

Sì, lo ricordo benissimo! Il primo documentario è stato realizzato nel 2018 per Easy Driver. Dovevo andare alle Isole Svalbard, dove ci ero già stato almeno una decina di volte.

Ero io e il mio assistente su cui poi non ho potuto fare affidamento. Di solito l’Ufficio del Turismo dava il passaggio per 2 persone, ma hanno tirato i freni non dandomi più la possibilità di avere il mio video maker, che portavo sempre con me.

Era il mio più fido braccio destro, colui che mi riprendeva sempre ed ovunque ed al quale chiesi però delle immagini di copertura. L’accordo era questo…io lo portavo in giro gratis per il mondo, poteva utilizzare le immagini quanto voleva e io usavo le sue immagini quando ne avevo bisogno.

Dopo che seppe che con me venivano altre due persone, si tirò indietro. Non potevo più usare le sue foto, divieto assoluto!

Queste due persone, però, erano allievi che si erano pagati 5 giorni di viaggio, hanno speso un sacco di soldi perché era un viaggio di 5 giorni in motoslitta, 700 km in mezzo al niente alle Isole Svalbard.

In quel momento mi trovai nella disperazione più totale. Sì! E’ vero che sono regista, che sono fotografo, che piloto droni e che utilizzo action cam, ma non avevo mai usato una fotocamera come videocamera.

Quindi la situazione era questa: ero già in partenza per le Svalbard, non potevo usare le immagini del mio collaboratore, venivano con me questi due allievi che però non avevano mai fatto video, anche se uno dei due è quello di cui vi avevo parlato e che ha vinto il premio al SIPA Contest per la categoria drone.

A quel punto mi sono detto che l’unico modo per risolvere la situazione era quella di trasformarmi in video maker. Ho le competenze e, anche se non avevo mai usato la fotocamera come videocamera, probabilmente non sarebbe stato molto difficile, visto che sapevo utilizzare tutto il resto.

E così mi sono concentrato al massimo mettendo a punto tutte le mie tecniche e sono riuscito a tirar fuori delle immagini davvero strabilianti. Un documentario andato in onda prima su Rai 1 a Easy Driver nel 2018 e l’anno seguente, dopo averlo completato integrando con la Groenlandia, il Canada, ecc…, anche su Rai 3 al Kilimangiaro.

E’ stata una soddisfazione enorme primo perché mi sono preso una piccola rivincita per un’ingiustizia che mi era stata fatta e secondo perché mi ha permesso di crescere moltissimo. E’ da questa esperienza che ho fatto il primo e vero step per diventare documentarista.

Ad oggi riesco a cavarmela in qualsiasi situazione, ma l’unica cosa che non faccio è il montaggio video. Ritengo che sia un’arte vera e propria, un mestiere a parte che va fatto per bene. C’è chi è molto bravo a farlo e quindi, anche se io lo dirigo, pago una persona per farlo, perché non posso, per adesso, imparare anche questo, perché devo portare avanti i miei progetti.

C’è un progetto a cui tieni di più e che ti ha emozionato in modo particolare?

Sicuramente i miei progetti dedicati all’Artico. Tocco delle tematiche particolari con cui mi confronto da una vita. Parlo di scioglimento dei ghiacci, del Global Warming.

Ho sviluppato queste tematiche nel mio primo viaggio in Antartide nel 2004, quando si parlava di buco dell’ozono. Cominciai ad appassionarmi a questo problema grazie allo studio di Jonathan Shanklin, lo scienziato che scoprì, appunto, il buco dell’ozono.

Il mio primo libro dedicato all’ambiente si intitolava “SOS Pianeta Terra“, uscito nel 2008 edito da Electa, un libro importante perché, se non per primo, ho lanciato il grido di allarme del pianeta Terra, quando 13 anni fa di sicuro non se ne parlava.

In seguito è venuta fuori Greta Thunberg che ha fatto un lavoro eccezionale, un genio, una ragazza favolosa e adesso tutti gli ambientalisti, tutti i governi e anche tutta la gente comincia ad interessarsene.

Quando ne parlavo io era l’anno 2008 con il libro “SOS Pianeta Terra” per cui questa la dice lunga…e poi da lì ho avuto 40/45 tra viaggi, spedizioni e missioni in Artico. E’ un progetto “never ending” e nel frattempo sono al 16° libro. Ne ho scritti 4 sulla terra e ora uscirà il 17° dedicato sempre alla terra, questo dell’Istituto Geografico militare.

Il precedente, invece, è uscito 2 anni fa e si intitola “Ghiaccio fragile” di Giunti Editore. Ho intervistato 3 dei più grandi scienziati al mondo, glaciologi, oceanografi esperti di permafrost e anche in questo volume racconto il fragile equilibrio del nostro pianeta.

Quindi sicuramente il mio progetto più importante è quello dedicato alla salvaguardia del Pianeta Terra iniziato nel 2004 e che prosegue ancora oggi.

21_SIP_Svalbard_Monaco glacier from Luca Bracali on Vimeo.

La natura è straordinaria e tutti lo sanno, però molto spesso ci si dimentica che nonostante la sua straordinarietà è in grave pericolo e tu lo hai dimostrato anche con i tuoi documentari…

Il messaggio che voglio dare è proprio questo! È un messaggio di “allert“, cioè non voglio essere uno che lascia le persone con l’amaro in bocca, con le lacrime agli occhi, con la disperazione, voglio essere realistico.

“Voglio dimostrare attraverso le fotografie, i miei libri, i miei documentari che la natura e la razza umana sono in grave pericolo.”

Non è neanche la Terra, ma la natura, gli animali e l’essere umano ad essere in pericolo. La Terra si rigenera, noi la stiamo distruggendo, ma non ce la faremo perché è impossibile distruggerla. La Terra si evolverà, saprà guarire le ferite che noi gli abbiamo e gli stiamo infliggendo e ripartirà. Sono gli animali e la razza umana che invece e, purtroppo, rischiano di scomparire.

Ad esempio in Kenya qualche giorno fa, è scomparso l’ultimo esemplare di una razza di rinoceronte. Ecco, quello non tornerà mai più. La stessa sorte potrebbe toccare a tanti altri animali in via di estinzione.

Io sono molto vicino agli orsi polari, attualmente ce ne sono ancora 26 mila e va bene, ma continuando di questo passo diminuiranno. Lo stesso per gli alberi, pensa che 15 mila anni fa avevamo 6 mila miliardi di alberi nel mondo e adesso ne sono 3 mila miliardi. Sono dimezzati!

La razza umana negli ultimi 20 anni, ha continuato con l’era industriale, con i suoi scempi, a distruggere il nostro pianeta e il nostro pianeta risponde. Gli alberi diminuiscono e questo diventa un problema veramente importante per la razza umana, stiamo correndo un grave pericolo. Le persone ora iniziano ad accorgersene, ma non vorrei che fosse troppo tardi perché è una ruota che è iniziata a girare e fa un po’ l’effetto valanga.

Ci sono quindi animali sulla soglia di estinzione e così anche le piante, alcune sono già estinte e anche se non si estinguono togli quel processo di trasformazione dell’anidride carbonica in ossigeno. Quindi togli aria, ossigeno al sistema terracqueo e questo chiaramente mette in pericolo la terra stessa, non la sua fisicità, ma gli abitati del pianeta.

Quindi quanto pensi sia importante il contatto con la natura oggi e perché?

Direi che è fondamentale più che importante!

Se riuscissimo a ristabilire quell’equilibrio che forse non abbiamo mai avuto…

Prima c’era perché prima eravamo meno persone, 10 mila anni fa la terra era popolata da 1 milione di persone, nel 1800 da 1 miliardo e nel 2020 da 7 miliardi e mezzo.

Quindi come vedete c’è voluto un lasso di tempo di circa 8000 anni per passare da 1 milione ad 1 miliardo e in 2 secoli siamo cresciuti da 1 miliardo a 7 miliardi e mezzo.

Questo vuol dire che c’è un assorbimento delle energie mostruoso e la terra più di quelle che ha non ne può dare anche se noi cerchiamo di spremerla come un limone.

Quindi ritrovare quell’armonia con la terra sarebbe fondamentale ed indispensabile per riequilibrare la sorte del nostro pianeta e per farlo dovremmo piantare a testa 4 alberi ogni anno per i prossimi 20 anni.

E chi lo fa? Io ad esempio lo faccio tramite una società che si chiama Treedom che pianta alberi per me. Ho un abbonamento di 10 euro al mese ed in questo modo riesco ad assorbire 323 tonnellate di CO2. Quindi anche se vado in auto, se viaggio in treno e soprattutto in aereo, inquino, ma inquino molto meno di tanti altri, perché ho il mio report mensile dove posso vedere che la mia piccola foresta sta crescendo.

“Trovare il connubio con la natura è assolutamente indispensabile e fondamentale”

Bisognerebbe farlo però realmente e non a parole.

Parlando sempre della natura…cosa ti lascia di più a bocca aperta o cosa di emoziona di più. Dopo tanti anni da fotografo esploratore, c’è ancora qualcosa che ti sorprende nel mondo?

Ovunque vada, mi sorprende tutto! L’alba e il tramonto ad esempio sono un qualcosa di spettacolare. Inoltre, nonostante vada a caccia di aurore boreali e le fotografo dal ’99, mi sorprendono sempre.

“Tutto ciò che è il risveglio della natura, la metamorfosi della natura che sia nel soffio del vento che sia appunto in un’alba, in un tramonto, nei raggi del sole che penetrano tra le nuvole per me è uno stupore continuo, ma mi meraviglio anche in aereo quando vedo dei cieli meravigliosi ad alta quota, quindi la natura è una scoperta continua.”

Cerco infatti di essere sempre pronto nelle ore migliori a cogliere l’attimo. Come dicevo a gennaio voglio tornare a Lanzarote, perché dopo aver fatto una ricerca, è questo il mese migliore per la luce del sole. Io sono un fotografo e il fotografo disegna con la luce. Fotografare deriva dal greco e appunto vuol dire disegnare con la luce, quindi io la luce la trovo in questi meravigliosi risvegli e mutazioni della natura.

Ad esempio non ti dico il piacere che provo quando vado nelle pianure del Masai Mara nel cuore della savana. Nell’ultimo servizio pubblicato sul National Geographic in Italia ho seguito, due anni fa, una famiglia di 7 ghepardi composta dalla mamma e da 6 ghepardini. Li ho seguiti per 6 giorni e mezzo, 12 ore al giorno. La mia vita era svegliarmi prima dell’alba, andare dalla mia famigliola e seguirla per tutto il giorno per poi staccare, purtroppo, al tramonto perché non potevo più fotografarli. Il tutto ripartiva con la stessa tabella di marcia il giorno seguente.

Una meraviglia!! Ho passato una settimana d’incanto “vivendo i ritmi della natura con la natura“. Quello che voglio dire è che ho vissuto “dentro la natura” perché ero nella savana e “con la natura” perché ero insieme a 7 ghepardi di cui una mamma. Quindi potete immaginare l’emozione e la bellezza di questo viaggio, è una delle tante storie che potrei stare a raccontare fino a domani, raccontare tutti gli incanti della natura che ho vissuto.

Per il mio progetto “Planet Explorer“, scopro il mondo con una moto che è il mio mezzo di locomozione per gli spostamenti ed è lo sponsor che sostiene il viaggio.

Vado quindi a raccontare il mondo attraverso una sorta di “life tour, storie di 3 minuti con foto, video e testo. L’anno scorso, causa pandemia e dopo 13 edizioni in giro per il mondo, la 14^ è stata dedicata all’Italia.

Ho toccato le regioni della Valle d’Aosta, del Trentino, della Toscana, della Puglia e della Sicilia. Uno dei momenti più spettacolari di questo tour è stato quando, dopo aver raggiunto i 3.600 mt sul Monte Bianco e dopo aver avuto il permesso, ho potuto ammirare il Dente del Gigante con il drone. E’ stata per me una scoperta meravigliosa che ho osservato con gli occhi e l’entusiasmo del bambino.

Per un altro progetto, “Discovery Tuscany“, ho ammirato l’alba di San Gimignano alle 5 e mezza del mattino. Sono riuscito a destare il punto con le pianure della Toscana ricolme di nebbia e con San Gimignano e le torri che si stagliano.

Ma anche la scoperta delle Dolomiti che ho visto attraverso il drone…io credo che le Dolomiti siano le montagne più spettacolari della terra. Infatti anche il nome stesso e la storia che c’è dietro raccontano moltissimo di questo luogo unico al mondo.

Un’altra alba fantastica, senza toccare la savana o luoghi estremi, è stata quella di Marzanemi in Sicilia, un villaggetto di pescatori. Ero lì ancor prima degli stessi pescatori per veder sorgere il sole dal nostro Mar Mediterraneo. Ma che emozione! Che bello! Tutto questo va vissuto con il cuore, ma va anche filmato perché non mi va bene raccontarlo solo a parole, io non potrò mai vivere niente che non possa essere documentato.

E’ una cosa che fa parte di me, viaggiare senza documentare sarebbe come “farmi violenza“. E’ vero che devo portarlo nel cuore e nella testa, chiudo gli occhi e rivivo quei momenti, ma il bello è anche condividerli, rivederli e questo lo posso fare grazie alla fotografia e ai video che ci vengono in aiuto.

Molte persone hanno il desiderio di raggiungere un posto remoto o difficile da esplorare e molto spesso però si arrendono perché magari hanno paura o temono di incontrare i pericoli della natura. Tu che hai viaggiato molto e raggiunto anche luoghi ostili, che consigli puoi dare?

Il mio consiglio è di non fare ciò che ho fatto io, perché non mi definisco una persona coraggiosa, ma mi definisco un po’ incosciente. Il non aver paura e l’incoscienza ti espone a pericoli. Mi è capitato ad esempio una volta tra Botswana e Sud Africa e un’altra in Benin di scappare per 2 volte a 2 cariche di elefanti, di cui uno era da solo e l’altro erano in branco.

Un’altra volta sono fuggito da un orso polare, era un cucciolo di 2 anni, però era comunque grosso. Mi ha rincorso e sono scappato in macchina.

Un’altra volta ancora ho finito le bombole di ossigeno a 23 mt di profondità quando ero con un branco di 5 squali. Non ho il brevetto e in quel caso mi sono fatto accompagnare, ma ero comunque a 23 mt senza brevetto.

E’ vero che ho delle storie meravigliose da raccontare, è vero che ho delle immagini straordinarie, ma è anche vero che avrei potuto pagare con la vita questo mio desiderio.

Non lo fai per essere bravo, per sentirti figo, superman, un eroe, lo fai perché sei portato a farlo, ti viene naturale.

“Il mio consiglio è sicuramente la prudenza. Inoltre occorre conoscere il mondo animale e naturale. Non bisogna sottovalutare i rischi e i pericoli.”

Ero in Madagascar a fotografare lo squalo balena ed in 2 giorni mi sono tuffato 30 volte per seguirlo e filmarlo, cose fantastiche, ma uno di questi animali mi ha anche toccato perché ero molto vicino a loro.

La neve, il ghiaccio, la montagna, gli oceani hanno i propri rischi e pericoli, quindi è importante conoscere le difficoltà dei luoghi e anche conoscere gli animali, che sono meravigliosi, ma anche un po’ pericolosi, soprattutto alcune specie.

Una volta in Benin sono stato punto sulla mano da un insetto e non sapevo cosa mi stesse accadendo. Mi ha iniettato delle neurotossine che mi stavano bloccando. Ha iniziato ad andar via la forza, ho avuto la febbre e non riuscivo più a muovere mani, braccia e gambe. Alla fine mi sono addormentato con il segno della Croce, pregando Dio che mi fossi risvegliato il giorno dopo. Non so cosa mi accadde, ero a caccia del giaguaro e invece trovai questo animaletto che mi punse…

Talvolta il pericolo è nascosto, sono stato punto 2 volte anche dalla tse-tse e non è una bella puntura perché dipende molto da quale malattia del sonno ti attacca. C’è, ad esempio, l’encefalite letargica che, non ti fa morire, ma ti fa dormire per 24 ore al giorno.

Fotografare la tigre, l’orso polare, i leoni non è semplice per come lo faccio io, perché mi avvicino molto ed in quel caso bisogna necessariamente conoscere le loro abitudini, le reazioni, i comportamenti, la postura. Ho anche fatto un safari a piedi dove mi avvicinavo ai rinoceronti e agli elefanti, animali pericolosissimi. Uno non deve farlo in maniera spavalda.

È vero che mi sono esposto a rischi e pericoli, ma l’ho sempre fatto conoscendo profondamente l’ambiente e l’animale documentandomi prima.

Quindi, per fare la foto un po’ ti devi esporre, ma lo devi fare sempre in maniera coscienziosa.

Grazie a Dio, se a 56 anni sono ancora qui a raccontare tante storie, potrebbe anche essere il mio ultimo giorno e lo dico tranquillamente, vuol dire che fino ad oggi ho usato la giusta prudenza, pur essendo stato in diversi casi incosciente. Sembra contraddittorio ma non lo è.

Dai tuoi lavori si evince che hai un profondo rispetto e amore verso gli animali e quando li fotografi, come hai anche detto, ti avvicini molto. Ma una delle cose che ci ha colpito in modo particolare è stato il bacio del lupo…deve essere stato davvero emozionante….

Il bacio del lupo è sicuramente una delle cose più emozionanti che abbia vissuto in natura, ma è anche vero che è stato fatto in maniera controllata.

Ci troviamo al Polar Park di Bardu, in Norvegia che non è uno zoo vero e proprio. E’ un “Artic Wildlife Refuge“, un rifugio della vita artica, dove ci sono degli enormi spazi per gli animali e sono protetti da delle reti, perché ovviamente non sono liberi.

Sono persone molto istruite che ti fanno fare un corso di avvicinamento. Profondi conoscitori della materia, alcuni sono biologi, e ti aiutano ad avvicinarti all’animale. Si entra dentro questi amplissimi recinti e cercano di attivare un processo di socializzazione tra uomo e natura, in questo caso il lupo.

La cosa veramente bella è quando io ho ricevuto il bacio del lupo, una cosa straordinaria raccontata attraverso un video che è diventato virale sul web.

Quando li incontrai per la prima volta erano dei cuccioli, avevano 6 mesi, mi fecero entrare dentro e, dopo essere già stato lì per 5/6 volte, tornai dopo 3 mesi per il mio progetto “Planet Explorer“. I cuccioli erano cresciuti da 6 mesi a 9 mesi e mi hanno riconosciuto.

Ecco perché tutte quelle feste, tutte quelle effusioni, quei baci, questo non accade nemmeno ai gestori del parco. Io vidi il video di Anita, una delle più brave biologhe del parco e vedere 5 lupi intorno che mi saltano addosso, mi baciano con tutta questa confidenza è una cosa che proprio non esiste al mondo.

E vedendo che c’era molta confidenza, il modo in cui i lupi mi hanno accolto, i gestori si sono spostati e hanno lasciato a me il campo libero.

Quindi ero io con 5 lupi ed è stata un’emozione unica, irripetibile!

Mi è capitato di accompagnare anche i miei allievi a fare questa esperienza e il bacio del lupo è una cosa che si può fare. Ho visto alcuni piangere perché è un’emozione forte, qualcuno dice addirittura superiore alle aurore boreali. Il lupo ti da al massimo una “slinguatina” in faccia, una carezza, ma feste come hanno fatto a me non ne ho mai viste e anche i gestori del parco mi hanno raccontato di non aver mai visto un caso analogo.

Quindi il lupo possiamo dire anche che è l’animale che ti ha stupito di più e che ti ha trasmesso delle forti emozioni….

Eh beh Certo!! Io sono pro lupo e racconto le storie ai ragazzi delle scuole elementari, non vado solo alla Bocconi, ma anche alle elementari, alle medie e alle superiori.

Racconto sempre una storiella dove faccio vedere quante vittime di lupo abbiamo avuto in 200 anni in Italia.

Pongo sempre la domanda: “Indovinate un po’ quante persone vengono mangiate e uccise dal lupo cattivo?” Zero!!!

Certo non è un agnellino, se è in un branco e ti trova fa il fatto suo perché lui ha l’istinto, ma se viene avvicinato con un processo di socializzazione come stanno facendo queste persone, il lupo ti dimostra che ha un’anima, che ti sa riconoscere e che ti accetta nel branco.

La cosa più bella di questa esperienza è che devi essere accettato nel branco. C’è la femmina alfa e la beta e io ero in mezzo a queste due femmine, c’è anche una foto che lo dimostra.

Quello è stato un momento in cui ho avuto paura, posso confessarlo! Ero a 10 cm da due bocche completamente spalancate, dove una ringhiava e abbaiava all’altra, come si può vedere dalla foto.

La femmina alfa scacciava la beta e io resto un po’ così, immobile con la bocca chiusa perché altrimenti loro ti mettono la lingua totalmente in bocca fino alla gola.

In quel momento mi chiesi “chissà se la femmina alfa convince la femmina beta ad andarsene“, perché è la femmina alfa che ti accetta nel branco, lei comanda e quando ti accetta fa 2 cose. O la pipì addosso o ti mette la lingua in bocca fino all’ugola a meno che, come stavo facendo io, si tengano le labbra serrate e quindi ti “slingua” dappertutto e vieni accettato nel branco.

É un’esperienza che tocca e che non la si fa tante volte nella vita, penso che, tra le tante, sia unica tra tutte quelle che ho vissuto, quella che mi ha lasciato di più il segno.

Al Polar Park non c’è un accompagnatore che dice al lupetto “su dagli il bacetto perché questo ha pagato per questa esperienza!” non funziona così.

Su 10 persone, magari il bacio lo da a una o due, mentre gli altri non li guarda nemmeno, non sente il feeling, non sente che gli sei amico.

Molti dei miei allievi sono tornati delusi dall’esperienza perché il lupo non se li è filati manco di striscio….succede! Il tuo odore non è buono, il cuore ti batte forte e hai paura e quindi il lupo non ti si avvicina.

“Quindi essere accettati dal lupo, vedere 2 femmine che lottano per accettarti nel loro branco e vedere che vincerà la femmina alfa è un qualcosa talmente grande che non può essere contenuto neanche nel tuo cuore.”

Oltre ai luoghi naturali e agli animali, sei anche entrato in contatto con gente da tutto il mondo. Secondo te in che modo queste persone ti vedono e in che modo ti approcci a loro quando decidi di fotografarle?

Dunque sicuramente le mie immagini più significative sono state quelle che ho realizzato nel luogo che più amo dopo l’Artico, ovvero l’Asia. Birmania, Vietnam, Laos, Cambogia e Mongolia sono i miei luoghi preferiti.

Prima di tutto Birmania e Vietnam in assoluto, ma anche Laos per la sua spiritualità buddista, deve essere un approccio tutto fuor che da fotografo arrembante.

Le persone le si possono fotografare in due modi, o a distanza con grandi teleobiettivi, ma in questo caso sei fuori dalla scena, o con la tecnica del National Geographic, ti avvicini al soggetto e vivi con il soggetto quella scena.

In Mongolia ad esempio ho vissuto insieme ai cacciatori con le aquile, ho dormito in tenda per 10 giorni. Avevo il cuoco personale e la guida, però ero nelle stesse tende, accanto alle gher dei nomadi. Quindi vivevo la vita con loro, sono entrato in sintonia, in simbiosi perfetta per fare le foto e diventi uno di famiglia. Mi hanno anche invitato a cena da loro, ci hanno cucinato l’agnello bollito, e siamo stati invitati da Sailau che è l’entità assoluta tra i cacciatori. Questo vuol dire che c’è stato un legame pari a quello dei lupi, vuol dire che vai oltre. Cerco di creare delle immagini reali e non costruite, situazioni che accadono quando accadono.

Io volevo fare una foto con un cacciatore con il cavallo e l’aquila sulla montagna e chiesi a lui quando potevamo andare a realizzarla. Noi ci saremmo detti facciamo a mezzogiorno, alle 2 alle 3, ma lui mi rispose “quando il sole tocca le nubi!

Questo era il suo modo di darmi un orario, il sole era alto e quindi quando sarebbe sceso, ovvero verso il tramonto, per lui sarebbe stata l’ora giusta…magari le nubi si sarebbero anche dissolte, ma ecco, questo dice quanto tu entri in contatto con le persone.

Stessa cosa quando ho dormito nei teepee, con gli uomini Tsaatan (uomini renna), mangiavo il loro cibo, andavo nel loro bagno che era una fossa comune e tutti andavano lì.

“Crei un rapporto con le popolazioni unico e solo così riesci a tirar fuori delle grandi foto, perché sono reali, vere e non costruite. Sono immagini che vengono fuori dalla situazione del momento.”

Per arrivare fino a lì mi sono fatto, non solo 9 ore di jeep massacranti, ma anche 4 ore e mezzo di cavallo all’andata e 4 ore e mezzo al ritorno. Ho voluto vivere quell’esperienza nella vera maniera, nello stesso modo in cui loro si muovono e cioè a cavallo.

Quindi se ti spingi a questi livelli, sicuramente farai grandi cose perché la spinta è maggiore, c’è coinvolgimento e sei uno di loro. Non sei il turista da strapazzo che va lì, paga e fa come gli pare…no! Si è a casa di un’altra persona che ha una cultura diversa dalla tua e va rispettata. Se ad esempio ha paura che tu gli rubi l’anima, non gliela rubare…

Ti racconto questo aneddoto, mi vengono i brividi ora che te lo sto dicendo.

Ero nel villaggio dei Durkha, altro modo per chiamare gli uomini renna, da questi due sciamani e ho intervistato la donna sciamana. Quando entrai, vidi una sacca appesa e chiesi cosa fosse. Lei mi disse che era la sacca degli spiriti. Uno potrebbe mettersi a ridere, potrebbe dire ma va tu e gli spiriti….io no, io ho avuto un profondo rispetto e anche un po’ di timore, pur credendo in Dio.

E anche se avevo il grandangolo e potevo fare quello che volevo, quindi fotografare lei, la tenda, gli spiriti e tutto, le chiesi se potevo fotografarla. Perché avrei dovuto farlo di nascosto e violare…..? Alla fine ho avuto il permesso di filmarla e documentarla.

Pensa che c’è anche un film “The horse boy” (fatti realmente accaduti e tratto da un libro autobiografico) che parla di un bambino malato di una forma gravissima di autismo.

Suo padre miliardario lo ha portato ovunque nel mondo, dai medici migliori, ma niente da fare, non è riuscito a trovare nulla che lo potesse aiutare.

Poi ha saputo di questi uomini renna e di questo grande sciamano che era il maestro, uno di quelli che ho intervistato io. Lo ha portato lì, ha documentato il tutto e dopo che questo bambino è stato con lo sciamano per 1 settimana – 10 giorni è avvenuto un miracolo.

Il bambino non è guarito completamente, ma ha smesso di farsi i suoi bisogni addosso e ha iniziato a giocare con gli amici. Un autistico che gioca con gli amici non esiste al mondo, era praticamente guarito dalla malattia, non del tutto, ma al 90%.

E questo non è stato per merito della scienza, è stato qualcos’altro! Quindi ecco cosa vuol dire entrare a contatto con i popoli nella maniera vera, quello che io dico nella mia scuola di fotografia e di viaggio.

Io faccio vivere esperienze che vanno al di fuori del classico seppur bellissimo viaggio, perché i viaggi sono tutti belli. Vedi qualcosa di nuovo, scopri qualcosa di nuovo…però entrare in contatto con popoli, culture vuol dire far un qualcosa di più, entrarci in punta di piedi.

Per entrare in contatto con loro sarebbe meglio parlare la loro lingua, io ho studiato inglese in 35 anni, quindi con l’inglese me la cavo, ma non tutti parlano questa lingua.

Per esempio la moglie del capo villaggio veniva da Ulan Bator e aveva studiato in America, per cui lei sapeva l’inglese, mentre ho avuto difficoltà a parlare quando ho incontrato l’ultimo dei cannibali, un altro dei miei grandi scoop. Lui aveva 84 anni e in quel caso c’è stata una doppia traduzione e non ti dico cosa c’è voluto per convincere il traduttore a portarmi da questo cannibale. Una storia andata dal National Geographic alla Rai, storie di persone uniche e straordinarie che rendono il nostro pianeta meraviglioso proprio per la diversità di culture che abbiamo.

Qual è la cultura o il popolo che ti è rimasto più a cuore e perché?

Ti direi che ce ne sono tre. Il popolo della Mongolia, i nomadi, perché vivono come vivevano 1000 anni fa, all’epoca di Gengis Khan. Da 1000 anni ad oggi non è cambiato niente, cavalieri e nomadi erano e cavalieri e nomadi sono, rifiutano quasi ogni sorta di progresso.

E’ un grande popolo, sono fiero di loro come popolo, orgoglioso di averli intervistati e di aver vissuto con loro.

Poi ci sono sicuramente gli Inuit, i popoli del grande nord. Non quelli di oggi, ma la loro storia mi affascina tantissimo, questa grande migrazione avvenuta dalle steppe della Mongolia verso il Nord. Sono loro che hanno colonizzato, 25 mila anni fa, il nord America, i veri indiani d’America sono i loro discendenti. Infatti lo dimostrano i teepee, hanno una cultura sciamanica e ci sono molte cose che li rendono vicini e discendenti.

Infine ho un grande amore, anche se sono cristiano credente e praticante, per il popolo buddista. Ho vissuto dei momenti splendidi in Laos e anche in Birmania quando mi alzavo intorno alle 4 del mattino per catturare questo momento di raccolta del cibo e non dimenticherò mai quando andai in quel villaggio sperduto sempre della Birmania per fotografare un gruppo di monaci buddisti durante la questua.

Ad un certo punto un monaco, che era l’ultimo della coda, mi chiamò. Mi sembrava di essere quasi in un film…pioveva e io ero riparato dall’ombrello, ma ero tutto “inzuppato” dall’acqua.

Il monaco mi chiese: “ma tu lo sai che noi siamo buoni vero?

Io gli risposi che lo sapevo, che ho una grande ammirazione per loro e che ero lì anche per quel motivo. (parlava in inglese)

E lui mi disse: “ecco, questo mi fa tanto piacere! Vorrei che tu lo raccontassi al mondo intero, che lo dicessi a tutti e che la nostra bontà d’animo è ciò che noi siamo” e poi aggiunse “mi piacerebbe invitarti oggi nel nostro monastero a mangiare con noi.

Per poco casco in terra!! E così è andata. Eravamo solo noi, non c’erano turisti, non c’era nessuno. Abbiamo pranzato a terra al loro tavolo, c’era il capo dei monaci e dopo che hanno pranzato loro, abbiamo mangiato noi, non gli avanzi, ma quello che faceva parte del loro cibo.

E’ stato un qualcosa non di toccante, ma di trafiggente! Questo ti buca l’anima da parte a parte.

Ultime due domande. Se domani potessi partire, in quale luogo del mondo andresti o torneresti e perché?

Io soffro di un male inguaribile che è il mal d’Artico, quindi in Artico ci vorrei semplicemente trascorrere dai 3 ai 6 mesi l’anno. Infatti non passa anno che non vada in Artico per almeno 1 mesi. Il sogno della mia vita è passare dai 3 ai 6 mesi, quelli centrali, quelli veri, quelli duri, in Artico!

È un richiamo evidentemente ancestrale. A 16 anni studiavo sulla Treccani la migrazione dei primi Inuit. Dopo aver raggiunto il Polo Nord geografico a piedi (unico italiano e tra i pochissimi al mondo), dopo essere stato alle Svalbard, in Russia, in Canada, in Alaska, in Islanda, alle Lofoten e quant’altro, posso dire che l’Artico è la mia casa. E lo posso dire oggi che ho 56 anni ed è da 15 anni che lo conosco come voi conoscete esattamente casa vostra. Sono oltre 40 i viaggi, le spedizioni, le missioni che ho fatto in Artico, è lì che traggo ispirazione! Ma perché?

Perché è uno dei luoghi meno densamente popolati al mondo e perché lì trovo la mia vera armonia ed equilibrio con la natura.

Tu hai visitato il mondo, sei passato dall’Artico all’Antartico, dai deserti alle foreste, hai scoperto tribù, popoli, nuove culture, sei anche stato a contatto con gli animali selvatici, come abbiamo già detto. Dopo tanti anni di carriera, cosa ti manca ancora, c’è ancora qualcosa che non hai visto e che vorresti documentare?

Una volta in un’intervista al Tg2, e parliamo del 2010, risposi così, nella maniera in cui rispondo a te adesso.

Vorrei fare il Luca Bracali per tutta la vita! Eterno Peter Pan! Vorrei continuare a fare quello che definisco il mestiere più bello al mondo che non cambierei per la posizione di Mario Draghi e nemmeno per quella di Joe Biden. Assolutamente!!!

Io conosco il prezzo della libertà che va ben oltre quello del potere politico o economico. Non mi cambierei nemmeno con Mark Zuckerberg, cioè mi cambierei magari per un anno, giusto per fare tanti di quei soldi che poi mi servirebbero per realizzare il mio sogno, di stare 6 mesi l’anno in Artico.

Quindi, vorrò continuare la mia esplorazione e documentazione. Il mio “main issues” sicuramente rimarrà il tema dei ghiacci che porterò avanti fin quando potrò farlo, spero per molti anni ancora e sempre a caccia di popolazioni a rischio di estinzione e soprattutto a documentare l’area più fragile al mondo, quella veramente a rischi di estinzione compresi i suoi delicati habitat ed ecosistemi.

Uno dei miei ultimi viaggi prima della pandemia (tra il 2019 e il 2020) fu in Etiopia dove ho documentato le ultime grandi tribù della Valle dell’Omo, come i Mursi, gli Afar, i Dhaka e altre grandi tribù.

Poter raccontare e scrivere un altro capitolo a me sconosciuto di questo luogo meraviglioso ha dato un valore aggiunto ed enorme. Quindi ecco, voglio documentare certi luoghi, certe etnie e culture, insieme alla ricerca paesaggistica mirata allo scioglimento dei ghiacci, ma anche documentare la wildlife.

Ho in progetto di andare l’anno prossimo (sono già 2 anni che mi salta per la pandemia) a documentare gli orsi polari con i cuccioli che ho già fatto nel 2008. Un viaggio difficilissimo, in un luogo molto remoto e tremendamente freddo, nel Canada, una meta dove occorre la motoslitta per muoversi, bisogna dormire in tenda con temperature rigidissime. Saremo a 10 ore di motoslitta dal villaggio più vicino, ma remoto al tempo stesso, e che ha 200/300 abitanti.

Quindi un’avventura nell’avventura e mi sto anche preparando a livello psicologico, perché bisogna essere preparati psicologicamente e anche questo fa parte del progetto in Artico rivolto agli animali e ai cuccioli, di quello che è l’icona più riconosciuta al mondo del mondo artico, ovvero sua maestà orso polare.

Luca Bracali

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Elena Vizzoca

Elena Vizzoca

Ciao! Mi chiamo Elena e sono una fotografa freelance. Ho seguito manifestazioni sportive nazionali e internazionali, concerti, spettacoli e moda. La mia passione per i viaggi mi ha portato ad ampliare il mio sito fotografico, inserendo la sezione travel, dove, attraverso le mie foto, racconto le mie esperienze di viaggio e le mie emozioni.

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