Andrea Pozzi, fotografo avventuriero nelle terre selvagge, parte 2

Andrea Pozzi, fotografo avventuriero nelle terre selvagge - parte 2

Tempo stimato di lettura: 37 minuti

Nel precedente articolo della rubrica Racconti Fotografici vi ho presentato Andrea Pozzi, un fotografo e storyteller con la passione per l’avventura.

Ci ha parlato del suo progetto “Forgottenlands”, del suo modo di viaggiare in solitaria nelle terre selvagge, delle sensazioni ed emozioni che prova quando è a contatto con la natura e del suo “mettersi alla prova” in condizioni ostili.

Se non avete ancora letto la prima parte dell’intervista, vi consiglio di non perdervi l’articolo “Andrea Pozzi, fotografo avventuriero nelle terre selvagge – parte 1”.

Continuiamo quindi con la seconda parte dell’intervista dove scopriremo qualcosa in più sulle sue avventure.

Per viaggiare da soli in terre ostili ci vuole coraggio e tanta determinazione. Cosa ti ha spinto a fare i viaggi in solitaria e perché?

La voglia di scoprire non solo un luogo diverso, spesso remoto e ostile, ma soprattutto la mia reazione proiettato in quella realtà! Ogni esperienza ha rappresentato per me un momento di grandissima crescita, che ha forgiato quello che oggi è Andrea.

Viaggiare è sinonimo di cambiamento, scoperta, evoluzione. La scelta di viaggiare a volte in solitaria deriva dal fatto che quando mi trovo solo, sono completamente responsabile delle mie azioni. Questa è una condizione così lontana dalla vita di tutti i giorni, dove il confronto è quotidiano e dove veniamo plasmati dalla realtà in cui viviamo.

Non a caso una delle mie citazioni preferite, di Primo Levi, recita così:

«Nella vita importa non già di essere forti, ma di sentirsi forti. Di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica, soli davanti alla pietra cieca e sorda, senza altri aiuti che le proprie mani, e la propria testa».

– Primo Levi –

Il solo fatto di trovarmi solo senza possibilità di connessione con il mondo esterno, è motivo di gioia. Questa condizione acuisce i miei sentimenti, mi fa vivere ogni istante con un gusto tutto nuovo, mi rende più creativo, appassionato e mi avvicina maggiormente alle persone che amo e con le quali in quel momento non posso mettermi in contatto.
È nella lontananza, nella mancanza, che affiorano i sentimenti più puri.


Di solito quali sono le tue sensazioni quando osservi un paesaggio? Cosa provoca alla tua anima la natura selvaggia? Cosa ti stupisce di più della natura?

Lapponia finlandese – Copyright ©Andrea Pozzi

La sensazione di appartenenza, in quanto la natura selvaggia non è unentità a sé stante. Noi esseri umani facciamo parte della natura e quando ce ne rendiamo finalmente conto siamo disposti a tornare allessenza, a spogliarci delle futilità della vita moderna per farci adottare dal mondo naturale.
È un pocome un ritorno a casa. Perché casa non è sempre un luogo delimitato da quattro mura. Casa è amore, casa è un luogo dove poter sognaree la natura è il nostro habitat.

Quello che mi stupisce maggiormente della natura è che quando la osservo non mi si rivela mai allo stesso modo. In base alla stagione (e alle stagioni della vita), alla condizione climatica e al mio stato danimo, essa cambia, evolve, mi comunica messaggi sempre differenti.
È la nostra percezione a renderla ancor più straordinaria ed enigmatica e spesso mi trovo a decriptare i suoi messaggi, mi perdo fra le sue metafore nascoste e vedo pezzi della mia vita incisi nel paesaggio.
È quando ci allontaniamo dalloggettività di un luogo che siamo in grado di vivere le emozioni più pure e di conseguenza possiamo anche esprimerci dal punto di vista del racconto, che sia esso fotografico, pittorico, scritto o musicale.

Hai visitato, se non sbaglio, 59 Paesi nel mondo. Mi puoi raccontare un’avventura che ti ha colpito in modo particolare e una in cui hai avuto paura?

Lago Baikal, Siberia – Copyright ©Andrea Pozzi

Sì, allincirca 60 stati, ma sono solo numeri. È la profondità dellesperienza che conta!
Quando ero piccolo in realtà collezionavo pietre. Ogni volta che varcavo il confine di un nuovo stato, avevo la certezza che sarei tornato a casa con una sorta di “amuleto di conquista”. Ciascun sasso, di dimensioni ridotte, trovava infine posto in un piccolo e singolare sacco imbottito di sconosciuta provenienza, nascosto ed inghiottito dalla polvere sopra il torreggiante armadio di camera mia. Non era importante che si notassero i sassi raccolti in giro per il mondo, lunica cosa che contava era essere coscienti di possederli. Frammenti, pezzi di storia di luoghi così lontani che ora potevano magicamente comunicare, creando scintille ogniqualvolta una nuova pietra si aggregava alla bizzarra collezione. In viaggio il rituale prevedeva di raccogliere un sasso che spiccasse in modo particolare, che balzasse allocchio, senza però doverlo cercare appositamente. Dopodiché, su un minuto foglio di carta, avrei riportato a penna la nazione di appartenenza e quelletichetta sarebbe ingiallita avvolta alla pietra. Dei piccoli e semplici pezzi di roccia, levigati nei millenni e appartenuti a chissà quale massiccio o scultura rocciosa, assumevano improvvisamente per me un valore inestimabile.
Con il tempo la smania di visitare luoghi sempre nuovi si è forse attenuata, o forse ha cambiato semplicemente forma. Non è più così importante mettere piede in una nuova nazione o un nuovo continente, la cosa essenziale è invece non smettere di stupirsi, ovunque ci si trovi.
Ho avuto la fortuna di vivere moltissime esperienze, diverse fra di loro e molto formative. Citarne due è davvero difficile, oggi seleziono queste: un viaggio che mi ha colpito particolarmente è stato il mio primo in Asia, soprattutto il mio mese in Cina fra minoranze etniche, città di milioni di abitanti e templi buddhisti tra i 4000 e i 5000 metri. Abituato alle latitudini estreme, ad ambienti selvaggi e poco popolati, essere proiettato in Asia per la prima volta ha scombussolato il mio modo di intendere il viaggio stesso. Sento di essere cresciuto molto in quelloccasione, devo tanto allAsia.

Tenda in Siberia – Copyright ©Andrea Pozzi

Per quanto riguarda invece la paura, citerei la mia prima avventura nel bush della Siberia centrale, quando trascorsi tre settimane in tenda con un amico in unarea remota e senza alcun tipo di contatto con il mondo esterno. Parte dellesperienza viene raccontata in alcuni punti del mio libro, nel quale affronto appunto il tema della paura.
Ritengo che la paura, in quanto emozione, debba essere semplicemente abbracciata ed assecondata. Non è assolutamente facile abituarsi a uno stato danimo scomodo, come linquietudine. Sappiamo benissimo che nel momento in cui abbandoniamo la routine per buttarci in una nuova esperienza è automatico essere assaliti da dubbi e spesso anche dalla paura. Tuttavia, se vogliamo crescere, prima o poi i nostri spettri li dobbiamo affrontare, se vogliamo uscirne più forti dobbiamo prendere atto delle nostre debolezze e cercare di trasformarle in punti di forza.
Quella volta in Siberia i punti di riferimento non esistevano, nessun tipo di appiglio. Solo la propria testa.
Mi trovavo a Mosca ormai da più di un mese, quando unemittente russa, a pochi giorni dalla mia partenza verso la Siberia, riportava di una coppia di avventurieri giunti dal lontano est per vivere unesperienza nellestrema wilderness della Russia centrale. Attaccati da un orso per avere sbadatamente dimenticato del cibo in tenda, riuscirono fortunatamente a chiedere aiuto ed un elicottero, in qualche ora, li trasportò durgenza al primo ospedale. Con gravi ferite, continuarono miracolosamente a vivere.
Animali potenzialmente feroci, completo isolamento, impossibilità di contatti telefonici o radio, difficoltà di orientamento e il silenzio assordante delle prime nevicate. Sono state moltissime le incognite che mi hanno accompagnato nei lunghi giorni nella taiga siberiana. A volte preferivo non pensare troppo, altre, quando tutto taceva e il tempo sembrava rallentare, la mente faticava a rasserenarsi e pensava a casa, a coloro che nemmeno lontanamente potevano immaginare che cosa stessi affrontando

La voglia di raccontarvi le storie e i retroscena di quellesperienza in Siberia è tanta, mi auguro presto di avere occasione di parlarvene magari a voce!

Parafrasando John Muir: «Fintanto che non veniamo messi alla prova sappiamo poco dellincontrollabile in noi che ci spinge attraverso ghiacciai, torrenti e dirupi pericolosi, malgrado il giudizio ce lo proibisca».

Nella tua Gallery “Fin del Mundo” affermi “Vivere la fine del mondo è un’esperienza che può cambiare la vita. A me è successo”. In che modo quest’esperienza ha cambiato la tua vita?

Autunno in Patagonia – Copyright ©Andrea Pozzi

Correva lanno 2009 e avevo deciso di viaggiare in Patagonia per vivere unesperienza professionale nuova, trascorrere qualche mese fra le Ande argentine lavorando come maestro di sci con lobiettivo di imparare la lingua e di visitare qualche bel luogo prima di rientrare in Italia.
È stato il destino a trasformare quellesperienza nella genesi di quello che è stato il mio cammino sinora. Quellanno non nevicò a San Carlos de Bariloche, e il protrarsi della carenza di neve non mi permise di lavorare sulle piste da sci.
Non mi feci prendere dallo sconforto, al contrario. Con i risparmi che avevo con me decisi di intraprendere un lungo viaggio di esplorazione varcando i confini di Cile, Argentina, Bolivia, Perù, Paraguay, Brasile e Uruguay. Avevo con me un diario di viaggio e la mia prima fotocamera reflex e per me quellesperienza di quattro mesi da esploratore di terre lontane rappresentò linizio di quello che oggi è il mio percorso!
Ecco come il Sud America mi cambiò la vita e ne stravolse completamente la percezione.
Unesperienza speciale, a tratti impegnativa, un vero dono che ha forgiato quello che sono oggi.

Le tue foto sono straordinarie e per questo hai avuto nella tua carriera numerosi riconoscimenti. Hai qualche consiglio da dare a chi si approccia per la prima volta alla fotografia?

Ti ringrazio per lapprezzamento innanzitutto. Il consiglio che mi sento di dare a chiunque voglia approcciarsi alla fotografia o a qualsiasi altra forma darte è quello di imparare a sentire (sviluppando tutti i sensi) e di essere sé stessi. Essere presenti, vivere il momento, saperlo descrivere con il cuore per poi raccontarlo attraverso lo strumento a noi più congeniale, come ad esempio la fotocamera.
Lispirazione è importantissima, direi essenziale. Essa può provenire da mille ambiti artistici e non solo. Se vi avvicinate alla fotografia non è detto che vi dobbiate ispirare a un fotografo! La bellezza dellarte sta in questo: mischiate le carte, leggete, osservate, sbagliate. Abbracciate il percorso senza porvi dei limiti e senza indossare maschere, è solo con la vostra unicità che potrete lasciare un segno! 
Trovo che negli ultimi anni la fotografia tenda ad uniformarsi moltissimo seguendo spesso le mode”, focalizzandosi sulla rappresentazione oggettiva di un luogo (spesso iconico) o di un soggetto (spesso noto), a discapito di immagini più espressive, che raccontino soprattutto dellunicità e della sensibilità dellautore, indipendentemente da ciò che viene ritratto.
Se non vi vedete nelle vostre immagini chiedetevi il perché, sarà molto utile.

Il tuo primo libro è stato “30” in cui parli della tua vita da fotografo avventuriero. Me ne puoi parlare?

30 è il mio scrigno di emozioni. Non avevo intenzione di pubblicare un libro ma avevo il timore che tutti i miei diari di viaggio della mia gioventù potessero in qualche modo smarrirsi negli anni. Da lì, spinto anche dalle persone a me più vicine, lidea di racchiudere in questo scrigno alcuni dei momenti più emozionanti e alcune delle riflessioni più profonde fatte fino al compimento dei miei trentanni.
30 è un numero simbolico, un giro di boa che mi proietta verso letà adulta con una nuova chiarezza mentale e con tanti sogni da realizzare!

Paludi della Louisiana, USA – Copyright ©Andrea Pozzi

Hai progetti futuri?

Ho tanti sogni. Potrei elencarli ma preferisco chiudere questa intervista con quella che per me è la via verso la realizzazione dei nostri obiettivi.

Lidea di labirinto ha da sempre abitato i miei sogni. Ha a che fare con tutto ciò che è incognito, quando una sfida ti chiama e senti che non la vuoi eludere. Accetti linvito a smarrirti, a percorrere molteplici vie per infine raggiungere chissà quale ricompensa o destino. 

Ogni decisione potrà cambiare la tua sorte: svolterai a destra o a sinistra al prossimo bivio? Percorrerai corridoi mai calpestati, forse incontrerai scenari mai ammirati da occhio umano, il lungo ed enigmatico cammino sarà una benedizione.

Nel labirinto è come se ti trovassi in una stanza priva di un riferimento temporale, lasciando che siano le sensazioni a dominarti procedendo per intuizione, ringraziando quella siepe che ti costringe a focalizzarti sui tuoi passi incerti. 

Una volta nel labirinto non te ne vuoi andare, perché ti accorgi che esso è la rappresentazione di tutto ciò di cui un uomo può avere bisogno: un percorso verso una meta sconosciuta, forse una chimera, da provare a conquistare con attenzione, sacrificio e fede. 

Parlare di progetti, soprattutto in questo periodo storico, diventa forse superfluo.
Credo che dovremmo accettare tutto ciò che ci sta accadendo come un qualcosa di positivo. Non esistono obiettivi da raggiungere in realtà, bensì strade da percorrere nel labirinto che è la nostra vita. Forse, nella convinzione che la svolta a destra possa essere la più sensata e sicura per noi, perdiamo lopportunità di imboccare quella sulla sinistra, che magari custodirà un qualcosa di assolutamente inimmaginabile. Qualsiasi sarà la via che andremo a percorrere, saranno la nostra curiosità, la nostra determinazione e il nostro entusiasmo a disegnarla.
L’unico “progetto” è quello di vivere un grande oggi, sognando un domani migliore, per noi e per chi amiamo. 

«Non posso smettere di viaggiare: berrò la vita fino all’ultima goccia. Sono stato immensamente felice e immensamente ho sofferto, sia con coloro che mi amavano che da solo; sia a riva che quando con turbini spinti dal vento le Iadi piovose agitavano il mare oscuro»…

Alfred Tennyson, Ulisse

Andrea Pozzi

Sito web: www.forgottenlands.it

Facebook: Andrea Pozzi Nature Photographer

Instagram: @andreapozzifl

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Elena Vizzoca

Ciao! Mi chiamo Elena e sono una fotografa freelance. Ho seguito manifestazioni sportive nazionali e internazionali, concerti, spettacoli e moda. La mia passione per i viaggi mi ha portato ad ampliare il mio sito fotografico, inserendo la sezione travel, dove, attraverso le mie foto, racconto le mie esperienze di viaggio e le mie emozioni.

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