Luca Bracali, una vita da esploratore – parte 1

Tempo stimato di lettura: 55 minuti

Dopo aver inaugurato la rubrica “Racconti fotografici” con l’articolo “Valentina Tamborra. Racconti dall’Artico“, torno con un nuovo ospite.

Fotografo esploratore, documentarista, giornalista, regista, operatore drone e video maker. Lui è Luca Bracali, un “ragazzetto che viaggia con gli occhi curiosi del bambino” intorno al mondo, raccontando, attraverso i suoi progetti fotografici e video, la natura, gli animali e le culture dei popoli, ma anche e soprattutto, i problemi ambientali che con il passare del tempo diventano sempre più grandi.

Luca, Fuji Ambassador dal 2013, ha visitato ben 145 paesi in 35 anni di carriera, lavora in Rai come regista e documentarista, ha pubblicato 16 libri (saranno 20 entro la fine dell’anno) e ha ottenuto numerosi premi. E’ stato il primo reporter in assoluto a raggiungere il Polo Nord geografico sugli sci e ha esposto le sue fotografia in numerose mostre.

Per questo mi sono resa conto che non potevo limitarmi al racconto di un solo viaggio. Mi sono quindi concentrata prima di tutto nel conoscere meglio questo straordinario fotografo e poi ci siamo dedicati alle tematiche a lui più care. Dalla nostra chiacchierata è emersa una lunga ed interessante intervista che verrà pubblicata in due parti.

Ma andiamo ora a conoscere meglio questo fotografo.

Chi è Luca Bracali?

E’ l’uno l’opposto dell’altro, Luca Bracali oggi è un nonnetto di 56 anni con una meravigliosa nipotina di 2 anni, ma è anche in realtà un ragazzetto, non per l’aspetto giovanile, ma perché ha la curiosità del bambino che si emoziona ancora quando fa un viaggio, pur avendo visitato 145 paesi del mondo.

Dieci giorni fa mi trovai a Lanzarote per uno dei miei workshop fotografici. Non ero mai stato su quest’isola e la voglia di scoprirla nello stesso istante in cui ho messo piede lì è stata enorme, immensa. Eppure alle Canarie ci sono stato un paio di volte, a Tenerife 30 anni fa e anche 10 anni fa, ma a Lanzarote no, non ci ero mai stato e non ti dico l’emozione che ho provato. Da qui poi ci siamo spostati in un’altra isoletta chiamata “La Graciosa” che si trova a 2 km da Lanzarote e io me ne sono proprio innamorato, tanto che a gennaio ci tornerò.

“Per me il viaggio è scoperta, quindi Luca Bracali è proprio un bambino che ha bisogno di scoprire e di conoscere. Oltretutto mi sento anche ignorante dentro, so di non sapere e quindi la scoperta, la conoscenza per me fa cultura.”

Ho imparato veramente tantissimo dai miei viaggi. La cosa più particolare è che ho praticamente tenuto già due lectio magistralis alla Bocconi. Io ero l’ospite principale, accanto a professoroni di altissimo livello e pensa che io non ho nemmeno una Laurea…

Quindi anche senza aver studiato, ho appreso una conoscenza, acquisita direttamente sul campo grazie ai viaggi, alle interviste, ai contatti avuti, più che con fotografi e giornalisti, con scienziati con cui mi sono interfacciato e dai quali ho appunto appreso molto.

Ecco quindi che la mia conoscenza mi ha portato a tenere conferenze sull’ambiente, sullo scioglimento dei ghiacci, sulle problematiche e a toccare il cuore scientifico dell’argomento. E da queste esperienze che nasce la mia ricchezza interiore e la scoperta del viaggio che appunto diventa cultura.

Da qualche anno so che sei diventato regista per la Rai. Questo come ha cambiato l’approccio al tuo lavoro, sempre se l’ha cambiato?

Lo ha rivoluzionato. Nel 2011, quindi 10 anni fa, sono entrato in Rai e non avrei mai pensato di riuscire a far parte di una televisione importante come la tv nazionale e addirittura lavorare per tutte e tre le reti. Sono entrato in Rai 1, però adesso lavoro per Rai 2 e Rai 3 e proprio questa sera avrò un servizio su “Anni ’20” che riguarda il Parlamento Europeo, dove sono stato qualche giorno fa, ed è relativo al futuro dell’Europa. Un servizio quindi anche importante a livello documentaristico in cui io non sono il giornalista, ma il regista e il video maker.

Sono stato scelto per il mio taglio fotografico e sono entrato come regista, anche se non ero mai stato un video maker perché “a me del video proprio no me poteva fregà de meno“, come dicono a Roma.

Una volta entrato però ho dovuto occuparmi anche di questo settore e sono entrato quindi come regista. Davo ordini ad una troupe Rai su come riprendere me stesso e l’ambiente, riprese che mantenevano il mio taglio fotografico.

Il mio modo di lavorare è piaciuto molto e per questo mi è stato rinnovato il contratto per 7 anni, fino a quando poi la trasmissione “Easy Driver” è stata chiusa per il cambio di direttore di Rai 1.

Da questa esperienza ho imparato tanto, mi sono trasformato da fotografo a regista e successivamente anche a video maker, dopo aver iniziato ad utilizzare il drone.

Infatti nel 2012 presi il mio primo drone e capii quante potenzialità avesse questo strumento. Se saputo usare bene, riesce a mostrare un’altra faccia del pianeta.

Sto quindi riscoprendo il mondo due volte e te lo posso mostrare in infinite volte perché, mentre con la fotocamera sei obbligato a tenere una posizione, con il drone puoi spaziare ovunque, vai dove vuoi e quindi ogni inquadratura sarà nuova, diversa.

Una settimana fa, ad esempio, sono stato l’unico al mondo ad ottenere il permesso per volare sulla Torre di Pisa in notturna per la festa di San Ranieri.

E’ grazie all’uso del drone se ho trovato altri modi di fotografare quest’attrazione e sono sicuro che se aveste modo di volare voi, ne trovereste tantissimi altri diversi e tutti validi. Così sono riuscito ad ottenere immagini veramente particolari.

Con il drone ho scoperto la bellezza delle riprese, perché fotografare con questo strumento è relativamente facile, lo posizioni, dove lo metti sta e poi fotografi. Con le riprese invece è tutta un’altra storia. Chiunque può cimentarsi con le foto, ma per le riprese con il drone devi trovare la logica, capirne i movimenti, incrociare quindi 3-4 movimenti contemporaneamente con le dita e riuscire a dare fluidità al video.

In Rai, poi, oltre a questo, ho iniziato anche con le riprese attraverso le action cam, con le gopro. Un nuovo modo di riprendere per la Rai, abbandonando quindi un po’ lo stile degli anni ’80 quando utilizzavano xtcam, cavalletto enorme e videocamera da 15 kg.

I movimenti utilizzati prima erano quelli laterali, up e down, zoom in e zoom out, io invece sono stato uno dei primissimi a portare il drone nel 2012, quando questo strumento era appena uscito.

Quindi mi sono cimentato con il drone e con le action cam che, se usate nella maniera giusta, mostrano angoli di ripresa veramente diversi e nuovi, nuove prospettive. Ho anche adoperato la fotocamera come videocamera con l’ausilio del gimbal.

Devo dire che mi ha appassionato moltissimo e ho portato un nuovo modo di riprendere in Rai molto dinamico ed attivo che è piaciuto e, per questo, sono poi entrato anche nelle altre reti con altri programmi e al tempo stesso ho imparato un nuovo mestiere.

Ho consolidato quindi quella che è la mia fotografia, il mio mondo della fotografia che è intoccabile, innegabile e da lì tutto è partito e che non mollerò mai. Il video è un bel challenge.

“Con la fotocamera cogli l’attimo, fai uno scatto e fermi il momento, con il video racconti una storia”

Da una parte è molto più complesso, perché comunque sia devi avere la tua storia in testa, sapere quello che andrà a creare…ad esempio un conto è fare un video documentario in Artico di 10 minuti, che sono veramente lunghi e un conto è fare 30 belle foto.

Quindi ecco direi che l’ingresso in Rai ha sicuramente cambiato la mia vita, l’ha stravolta in meglio e sarò sempre devoto a quella famosa chiamata, perché non è facilissimo entrare, direi quasi impossibile se uno non ha agganci fortissimi e io non ne ho, né politici, né religiosi…sono proprio un ragazzo di provincia, vengo da Pistoia e sono stato chiamato da uno dei più grandi funzionari Rai dell’epoca che chiese il mio curriculum e da lì tutto è partito.

Prima abbiamo detto che viaggiare è come andare un po’ alla scoperta di un qualcosa di nuovo e di viaggi ne hai fatti tanti, come hai detto hai visitato 145 paesi. In che modo ti approcci alla fotografia di viaggio?

La cosa che sicuramente più mi affascina è quella di intendere il viaggio e la fotografia di viaggio abbastanza a 360°, nel senso che divido il viaggio in maniera orizzontale.

  1. fotografia di paesaggi
  2. fotografia di popoli ed etnie e culture
  3. fotografia di wildlife

Non conosco molti fotografi che si cimentano in queste 3 categorie, che poi compongono il viaggio. Molti sono fotografi solo di wildlife e anche se fanno foto pazzesche, magari non riuscirebbero a ritrarre il volto di un monaco buddista. Molti fotografi hanno la territorialità, come ad esempio Paul Nicken che si occupa di foto in ambienti freddi, un fotografo pazzesco e quando vedo i suoi lavori mi vengono i brividi, ma non si è mai cimentato a fotografare le donne Chin in Birmania.

Io ho cercato di avere una copertura totale della fotografia di viaggio.

“Motivato e spinto da questa curiosità interiore che ho del bambino, del fanciullo, tendo ad essere emotivamente coinvolto in una storia e a volerla raccontare sotto ogni punto di vista.”

Tra le altre cose, io nasco come giornalista iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti e per questo ho la curiosità interiore che mi spinge a fare domande, a capire, a conoscere, tant’è che molti dei miei libri, sostenuti dalla fotografia, contengono delle storie scritte a livello giornalistico, con interviste fatte, come quelle ai più grandi scienziati al mondo in Artico.

Una foto senza una storia non dice molto a parte l’apprezzamento della foto stessa. Ad esempio una foto fatta a Vladimir Romanovski che sta in mezzo al ghiaccio che cosa vuol dire? Se invece uno racconta che Romanovski è il più grande esperto al mondo di permafrost e che dietro le sue ricerche c’è una parte scientifica fondamentale, allora la cosa cambia aspetto e all’immagine si aggiunge sostanza.

Stessa cosa quando sono andato ad intervistare gli ultimi Tsaatan, gli uomini renna tra la Siberia e la Mongolia, una storia pubblicata sul National Geographic, dove ho fatto tante interviste più che delle fotografie stesse.

Quindi vai a scoprire un popolo, una cultura, a raccontare una storia e per farlo occorre essere fondamentalmente preparati, perché le foto possono portarti ad avere i like su Facebook, quindi si diventa fotografi da tastiera che non hanno un’arte o un mestiere alle spalle.

Io ho 35 anni di carriera, fotografo nato con la pellicola, con la camera oscura, con il bianco e nero, con la messa a fuoco, i tempi e i diaframmi in manuale e questo porta ad avere una marcia in più, nel senso che si ha la vera conoscenza della materia per quando riguarda la fotografia.

Naturalmente poi c’è anche l’evoluzione. Seguo Facebook, sono su Instragram anche se non sono un instagrammer forte, potente, cavalco quindi i social, ma i miei messaggi vogliono essere un po’ diversi. Non voglio basarmi solo sui social anche se ne riconosco l’importanza, ma voglio avere una fotografia di sicuro più approfondita che va alle radici e che appunto racconta storie di popoli, di etnie, di culture diverse. Per questo occorre essere molto preparati e seguire determinati step che ti portino a costruire una storia.

Alcuni dei miei lettori mi chiedono dei consigli su come realizzare dei progetti, da dove iniziare e come procedere. Tu quando decidi di realizzare un tuo progetto personale, come ti muovi? Che percorso intraprendi per portare a termine il reportage e cosa provi quando ti scatta la scintilla nel dire ecco, voglio fare proprio quel progetto?

Mi complimento con i tuoi lettori! Questa cosa è sicuramente fondamentale perché è questo che fa la differenza tra Fotografia (con la F maiuscola) e fotografia.

Chi va in giro a fare foto è comunque da apprezzare perché utilizza una fotocamera, uno strumento che crea immagini, ma si ferma lì. Se invece uno volesse pensare minimamente di fare quello che ho fatto io e che hanno fatto in molti, cioè di trasformare una passione in una professione, ecco allora ci vuole qualcosa di più di un semplice scatto.

Bisogna creare un progetto! Io ho insegnato agli americani all’Università “Lorenzo de’ Medici” di Firenze, dove spiegavo proprio come si costruisce un progetto, che è la cosa più importante e anche quella più intrigante ed impegnativa.

Io sono partito tanti anni fa con la storia della progettualità e ricordo che mi nasceva dal cuore. Mi svegliavo al mattino e mi chiedevo “cos’è che ti piace fare Luca? Dove vorresti andare?” da lì avevo questa ispirazione folgorante, sarà che creda anche in Dio che mi ispira di tanto in tanto.

Però poi da lì a realizzarlo ci sono vari step e quindi da dove si parte? Dall’idea, dall’emozione, da quello che su vuol fare.

Se uno mi viene e mi chiede di fare un progetto sui Castelli della Loira, non avrei una grande emozione e per questo rifiutai l’invito dall’Ufficio del turismo francese. Eppure in Francia ho fatto veramente di tutto e ho lavorato moltissimo con loro, però ecco quei servizi lì, dal taglio prettamente turistico mi ispirano molto molto meno.

La cosa che invece mi interessa è la progettualità che va ben oltre a quello che può essere scontato e se ci trovo un filo conduttore, il famoso “fil rouge”, ecco che diventa un qualcosa di importante.

La mia progettualità parte tutto dai contatti che ho sviluppato perché il segreto qual è? È il viaggio a costo zero, perché se il viaggio costa, sarà ben difficile che uno poi riesca a farlo fruttare.

Come si fa, quindi, a viaggiare a costo zero? Io ho iniziato 30 anni fa, prima con le moto e poi con le auto, ho fatto il fotografo ai mondiali di cross, di velocità e di Formula 1. Poi ho abbandonato e ho iniziato a girare il mondo con le automobili e da lì mi sono specializzato sempre più.

A mio avviso ci sono 2 o 3 strade percorribili anche se ad oggi è molto più difficile. Una volta creato il progetto ci si rivolge ad un Ufficio del turismo, ad un Tour Operator o ad un’agenzia viaggi in modo che questi supportino il tuo viaggio economicamente e che questo sia a costo zero. Quindi non si dovrà pagare il volo, gli hotel, la vettura a noleggio…

Il primo step è l’agenzia di viaggio locale, una persona che conosci, un amico, qualcuno a cui in cambio gli dai del materiale che verrà poi sfruttato da loro a livello pubblicitario. Una volta si diceva per il loro catalogo, ma oggi questi non esistono più. Ci sono però i social, il web e quello che sia per creare delle storie, per creare un blog, e tu sai benissimo come si fa. Quindi per alimentare la loro “incentive” a livello di agenzia.

Un altro modo è quello di rivolgersi ai Tour Operator più importanti e ce ne sono centinaia in Italia, un livello superiore rispetto alle agenzie di viaggio. Loro hanno veramente sete di questo materiale perché lo distribuiscono alle varie agenzie e così via.

La terza è l’Ufficio del turismo che copre quella destinazione e che è in grado di darti una “gratuity” completa e di sostenerti molto di più di qualunque altra entità.

Loro però non si accontentano solo delle foto, vorranno una o più pubblicazioni. Quindi cosa occorre fare? Prima di proporci a loro, occorre trovare un magazine, un web magazine, una radio, una televisione, un’entità che possa pubblicare una o più storie di viaggio per dare alta visibilità al quel viaggio e soprattutto a quella destinazione.

Questo diciamo però che è più difficile perché oggi uno crea un blog e dice “io ho il blog“, certo va bene, ma quanti follower hai? Quanti lettori? E’ difficile che l’Ufficio del turismo, ad esempio della Norvegia con il quale viaggio da 25 anni, ti dia un passaggio per le Isole Svalbar se hai pochi follower.

Se invece gli porti Rai 1, Rai 2, Latitude Life e quant’altro, sicuramente ti darà una “gratuity“.

Quindi, ecco, è fondamentale riuscire ad avere un magazine, una tv che abbia un suo perché, motivata appunto da un “media profile” sostenuto ed in modo che l’Ufficio del turismo abbia il suo bel ritorno, perché comunque sia un viaggio ha dei costi.

Se hai un bel progetto dietro ed una di queste entità te lo ha accettato, il portafoglio lo puoi dimenticare a casa e a quel punto viaggi a costo zero.

Quindi si entra nella fase produttiva, si raccoglie tutto il materiale necessario alla produzione del documentario, lo si lavora e lo si propone ai clienti per la vendita.

Una volta che si riesce a prendere questa strada, tutto diventa un cerchio che si autoalimenta. La cosa più difficile è lo step zero, quando ti chiedono cos’hai e non si ha nulla da mostrare, quando non si hanno mai avute collaborazioni e così via.

Un’altra cosa difficile è che non siamo mai soli, ci sono tantissimi che provano a realizzare progetti, che si propongono ad importanti riviste che però hanno già i loro inviati.

Sono cresciuti molto i blog e ci sono quelli forti, sono aumentate le televisioni e le radio. C’è insomma un modo diverso di raccontare un viaggio, quindi anche i direttori degli Uffici del turismo si ritrovano con centinaia di richieste e non è facile poterle soddisfare tutte. Per questo occorre un progetto forte alle spalle.

Oltre alle agenzie, ai Tour Operator e agli Uffici del turismo, c’è anche un altro modo che però è ancora più difficile, lo sponsor, un finanziatore che supporti la tua attività. In realtà sarebbe relativamente semplice perché tu vai da loro e gli chiedi i soldi in cambio di materiale. Oggi però gli sponsor preferiscono dare le attrezzature piuttosto che un finanziamento e alcuni te le richiedono indietro.

Quindi ecco, anche se non è molto semplice, sicuramente lo sponsor è un’altra delle vie percorribili.

Prima hai detto che hai insegnato, però so che fai anche dei workshop fotografici in giro per il mondo…

Esattamente! Infatti tutto parte da qui. Io ho iniziato insegnando fotografia in lingua inglese in questa università per americani e dopo diversi anni di esperienza in un’aula di 4 mura, ho cominciato a sentirmi stretto ad insegnare sempre teoria. Ecco che quindi portavo fuori i ragazzi a fare un po’ di pratica, inventandomi questo nuovo modo. Restavamo sempre su Firenze, luogo straordinario, e le uscite erano poche rispetto a quelle passate in aula.

A quel punto mi sono chiesto “perché non mettere una mia scuola di fotografia di viaggi itinerante, dove insegno fotografia mentre viaggiamo?

Oggi sono in tanti a provare questa strada, si mette un gruppetto di persone e si portano in viaggio, ma non si insegna la fotografia perché per insegnare bisogna essere fotografi e soprattutto docenti. Si può anche essere dei fotografi favolosi, ma non è detto che si abbia la comunicabilità e quindi saper insegnare. Al contrario ci sono docenti di fotografia davvero bravi, ma non saprebbero fotografare. Quindi ti spiegano tutta la storia della fotografia, si rifanno a Niepce che nel 1826 ha pubblicato la prima foto al mondo, ma si fermano lì.

Io insegno fotografia in viaggio, ti faccio fare dei gran bei viaggi in luoghi particolari e divido i miei allievi per fasce. Ci sono quelli che amano gli animali, quelli che preferiscono i grandi paesaggi, scogliere, distese di sabbia, iceberg e quelli che vanno sul culturale, andando quindi alla ricerca delle persone, delle etnie, dei popoli e della storia.

Faccio dei viaggi di ogni genere perché prima di tutto sono io il curioso che ama scoprire e conoscere. Si parte sempre dalla mia curiosità interiore.

Propongo, quindi un viaggio, il primo giorno faccio un mini corso teorico e tecnico, dopo di che lascio tutti liberi, li porto nelle varie location alla giusta ora e resto vicino a loro per dare dei consigli durante gli scatti. Lascio libere le persone perché ognuno deve esprimersi con la propria testa e con la propria identità. Non devono diventare dei “Luca Bracali 2, la vendetta!“.

“Ognuno ha la sua capacità espressiva interiore, filtra le immagini con il cuore e con la mente”

Di conseguenza io devo dare delle dritte tecniche perché la foto puoi interpretarla come vuoi, ma deve essere fatta nel modo corretto. Chiedo anche i compiti, 5 foto ad allievo e la sera le guardiamo tutti insieme. Io le giudico e le critico di fronte a tutti e tutti vedono le foto degli altri. E’ uno scambio di informazioni, di grande crescita e tutti me lo riconoscono.

Vi porto l’esempio di due miei allievi siciliani che sono migliorati tantissimo. Uno è diventato così bravo con il drone che ha imparato tutto ciò che avevo da insegnargli, tant’è che 2 anni fa al SIPA Contest, uno dei 5 più grandi contest al mondo di fotografia, l’ho premiato. E’ stato uno dei 3 vincitori per la categoria droni con un’immagine pazzesca ed è stata la mia più grande soddisfazione.

L’altra ha realizzato diversi progetti, addirittura con il National Geographic, mostre ovunque ed è diventata una fotografa soprattutto di volti, di ritratti meravigliosa. Venne con me in Laos e le feci fotografare la spiritualità buddista.

Quindi, ecco, veder crescere le persone, vederle maturare per me è una soddisfazione immensa.

Luca Bracali

Luca Bracali

Sito web: https://www.lucabracali.it/

Pagina Facebook: Luca Bracali

Profilo Facebook: Luca Bracali

Profilo Instagram: @lucabracaliphotographer

Canale Vimeo: Luca Bracali

 

Qui termina la prima parte di questa interessante intervista.

Non perdetevi il prossimo articolo perché uscirà la seconda parte dedicata a questo fotografo esploratore ed entreremo nel vivo dei suoi progetti. Toccheremo tematiche a lui più care, come quelle dedicate all’ambiente e molto altro.

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Elena Vizzoca

Elena Vizzoca

Ciao! Mi chiamo Elena e sono una fotografa freelance. Ho seguito manifestazioni sportive nazionali e internazionali, concerti, spettacoli e moda. La mia passione per i viaggi mi ha portato ad ampliare il mio sito fotografico, inserendo la sezione travel, dove, attraverso le mie foto, racconto le mie esperienze di viaggio e le mie emozioni.

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