Valentina Tamborra. Racconti dall’Artico

Tempo stimato di lettura: 62 minuti

Come spiegato nel mio articolo “La nuova rubrica “Racconti Fotografici”: I fotografi si raccontano“, ho deciso di inaugurare questa sezione con un’interessante storia ambientata nell’Artico, luogo ostile e remoto al confine del mondo.

Ce lo racconta Valentina Tamborra, fotografa di reportage, che mi ha gentilmente concesso un’intervista, durante la quale scopriamo il suo viaggio, le sue emozioni e i suoi progetti.

Scopriremo cosa c’è dietro al lavoro di un fotoreporter, quali sono le difficoltà incontrate durante il percorso e cosa resta di più nel cuore al termine di un progetto.

Ecco! Racconti Fotografici è una rubrica dedicata ai viaggi emozionali raccontati attraverso l’occhio del fotografo e che ci permetteranno di conoscere i progetti e i reportage realizzati con professionalità e passione.

Ma andiamo con ordine…

Conosciamo Valentina

Link alla pagina about del sito: https://www.valentinatamborra.com/pagina-di-esempio/about/

Valentina è una fotografa professionista che si occupa principalmente di ritratti e di reportage. Racconta le sue storie attraverso la fotografia e la narrazione.

Nata a Milano, classe ’83, ha collaborato e collabora tutt’ora con alcune fra le principali ONG ed Enti Nazionali ed Internazionali come AMREF, Medici Senza Frontiere, Albero della vita, Emergenza Sorrisi e Croce Rossa Italiana.

Infine, nel 2018, in occasione del Photofestival di Milano, ha vinto il Premio AIF Nuova Fotografia.

Presentati! Chi è Valentina Tamborra?

Valentina Tamborra è una fotografa che racconta storie. C’è un termine preciso con cui ci identificano…reporter, fotoreporter, quindi diciamo che sono una fotoreporter.

Il concetto è che alla base c’è il mio amore nel raccontare storie, le storie altrui che inevitabilmente diventano poi anche la mia storia, perchè sono filtrate attraverso lo sguardo di noi che fotografiamo.

Cosa provi quando inizi a pensare ad un nuovo progetto di viaggio?

In questo periodo è una bella domanda perchè effettivamente nell’ultimo anno e mezzo, tutto quello che era la normalità della programmazione e della progettazione ha subito uno scossone.

Diciamo che di solito è l’esaltazione il sentimento prevalente, il fatto di dire “ho una nuova storia e corro ad inseguirla e faccio tutto quello che è possibile per inseguirla”.

Quindi prendo i contatti, comincio a conoscere le persone, mando le e-mail, telefono…quest’anno e mezzo è diventata una cosa un po’ complicata perchè ogni volta che tu provavi ad organizzare qualcosa saltava tutto. Diciamo che in quest’anno e mezzo il sentimento prevalente è “Oh mio Dio, ma ce la faremo? Cioè, alla fine ce la faremo a fare questa cosa?”

Io parto sempre dal presupposto che in uno modo o nell’altro le cose si fanno anche se ultimamente è difficile, però sicuramente il sentimento prevalente in generale è una sorta di esaltazione.

Qual è il percorso che fai per decidere quale sarà la tua prossima meta e il tuo prossimo soggetto? Cioè vorrei sapere come scegli l’argomento, la destinazione e il soggetto dei tuoi reportage. Il percorso che intraprendi e che ti porta a scegliere proprio quel soggetto.

Diciamo che c’è un filo comune, un denominatore sui miei lavori che è il concetto di confine, di terra di mezzo.

Quindi, in realtà, ti potrei dire che i miei lavori sono legati da questo stesso concetto, da questa stessa idea: “indagare in mondi di confine, siano essi confini geografici, psicologici, quindi reali o immaginari”.

In questo senso sono poi arrivata, ne parleremo, a lavorare fino nell’Artico, che è inteso come il confine ultimo per l’essere umano.

Quindi è proprio questo, la voglia di indagare quei mondi posti ai limiti, ai margini di cui di solito si sa poco o si guarda poco. Le mie storie partono da questa necessità, indagare i confini.

Skrei il viaggio - Artico - Copyright ©Valentina Tamborra
Copyright ©Valentina Tamborra

In che modo ti approcci alle persone del posto e far in modo che queste si fidino di te per poi farsi fotografare?

E’ una cosa semplice e complessa allo stesso tempo. Io dico semplice e complessa perchè proprio questa mattina parlavo con i miei studenti di reportage e mi rendevo conto che uno dei principali blocchi che hanno è proprio quello di incontrare le persone, di conoscerle, di parlarci.

Qualcosa che invece a me viene naturale, mi viene naturale perchè ho sposato quella frase meravigliosa che dice che:

“La gente è lo spettacolo più bello del mondo e non si paga il biglietto”.

Io ci credo in quella frase e sono veramente curiosa delle storie degli altri.

Quindi mi approccio con apertura, curiosità e ascolto e questo, secondo me, fa la differenza. Fa sì che le persone si fidino perchè comprendono che c’è una vera volontà di conoscenza, c’è una vera volontà di indagine che non è mirata a “prendo la tua storia e scappo”, ma piuttosto conosco la tua storia, cerco di comprenderla, cerco di capire che vicinanze ha con la mia, ad esempio, e diventa uno scambio. Quando diventa uno scambio non può non andare bene, non so come dire, non può non funzionare…

É porsi sempre con onestà intellettuale, porsi sempre come ospiti. Se ti poni come ospite, come ospite verrai trattato e quindi le cose sono abbastanza semplici, lineari.

Oltre al momento dello scatto, qual è la parte più interessante dei tuoi progetti fotografici? L’idea di un nuovo progetto, la ricerca di informazioni e persone da contattare, il contatto con le persone del luogo o l’organizzazione del viaggio in generale…

L’organizzazione del viaggio in generale mi rompe tantissimo le scatole, cioè se parliamo di cose pratiche, come la parte dei tragitti, degli itinerari, mi rompo tantissimo le scatole e a volte lo delego, se è possibile.

Ciò che però amo è la parte preliminare, lo studio preliminare è interessante anche se molto lungo. Se pensiamo al mio ultimo lavoro, “Skrei, il viaggio“, è un lavoro durato quasi 2 anni, 1 anno e 8 mesi. Questo non vuol dire 1 anno e 8 mesi in viaggio, ma 1 anno e 8 mesi tra ricerca, viaggi, incontri, dialoghi…

Diciamo che, dico una cosa banale però è vera, il momento migliore è il momento dello scatto, il momento in cui sono sul posto, il momento in cui, passata tutta la parte complessa dell’organizzazione, arriva quella bella: “l’incontro, è fare il mio lavoro, cioè finalmente raccontare l’altro”.

Questa è la parte più bella ed emozionante, quella a cui sono maggiormente legata.

Cosa cerchi maggiormente in un viaggio? Hai un soggetto che ti ispira in modo particolare?

Torniamo un po’ alla domanda di prima, nel senso che sicuramente, come ti dicevo, ciò che cerco è il concetto di confine.

Diciamo così, sono le storie umane, cioè quello che mi emoziona davvero è riuscire a raccogliere storie che altrimenti nessuno saprebbe.

Ce ne sono migliaia di cui potrei farti esempi, sono piccole storie quotidiane che, secondo me, hanno il valore assoluto di essere appunto quotidiane. Cose che, se qualcuno non ascoltasse, non riportasse, passerebbero nel dimenticatoio. Eppure ci raccontano di un’umanità molto più vicina anche quando ci sono confini geografici importanti. Ci raccontano di similitudini e di vicinanze che fanno si che il concetto stesso di confine non faccia più paura, ma venga abbattuto. Quindi ecco, questo ti potrei dire, quello che cerco sono le piccole storie umane, quelle a cui si da, se vuoi, anche un po’ poco retta a volte, un po’ poco conto e che invece sono il sale della nostra vita, perchè noi siamo questo. Qualcuno magari parlerà anche di noi no? Chi lo sa…

L’altro giorno vedevo un bellissimo spettacolo teatrale che si intitola “Dopo” e ad un certo punto, durante questo spettacolo veniva posta, su un tavolo, una scatolina che conteneva tanti oggetti…oggetti semplici come una biglia, un pezzo di carta, una matita, un pettinino e io ho pensato: “ma guarda quanti piccoli oggetti senza valore in sé, ma che alla fine sono una vita”. E quando l’attrice mi si è avvicinata mi ha detto “Quante piccole storie in una scatola”.

Mi piace quindi immaginare che questo mondo sia una scatola che contiene tantissime storie sparse che, come biglie, pettinini o pezzi di carta, in sè per sè sembrano avere poco valore, ma che formano una storia più grande, collettiva e umanitaria. Ogni vita ha un racconto, un valore, qualcosa da dire.

“Io con la mia fotografia e poi con la mia scrittura, cerco semplicemente questo, di dare valore alle piccole cose a cui di solito non ne diamo.”

Hai realizzato due progetti ambientati nell’Artico davvero interessanti. Potresti raccontare perchè hai scelto proprio questa destinazione? Perchè hai deciso di raccontare la storia di un luogo così remoto, al confine del mondo?

Proprio perchè hai detto al confine del mondo…effettivamente questo è il motivo. Cercavo un luogo “altro”, un luogo margine, un luogo estremo dove poter trovare quasi un luogo utopico. Mi spiego meglio.

Ho documentato tanti confini difficili, sanguinosi, terrificanti dove le persone veramente sembrano non poter trovare una “quadra” nello stare tra di loro. Poi scopro che esiste questo posto, le Isole Svalbard, il posto più a nord stabilmente abitato del mondo e dove convivono 42 nazionalità su 2.200 abitanti. Convivono in pace, non si scannano, non si ammazzano, non hanno nessuna tensione e io mi dico:

“Caspita! Effettivamente se c’è un posto che devo raccontare, è un luogo così!”

Quindi quando sono andata alle Svalbard c’era la volontà di trovare una sorta di confine utopico e l’ho trovato.

Non è stato un solo viaggio, me ne sono innamorata e ho capito che l’Artico aveva tantissimo da offrirmi dal punto di vista umano. Quando si pensa all’Artico viene in mente la natura che effettivamente è meravigliosa, estrema, potente.

L’Artico mi ha sempre affascinato e continua ad affascinarmi. Qualcuno dice il mal d’Africa, io no, io ho il mal d’Artico, pur avendo girato l’Africa in lungo e in largo.

“Mi manca! É un posto che io adoro perchè è la quinta essenza dell’assenza di confini, cioè è il punto di scomparsa, non c’è un limite se non quello naturale” .

Nonostante le difficoltà e i pericoli dell’Artico che hai già vissuto, hai detto che ci sei tornata e che ci torneresti nuovamente. Come affronti queste situazioni e come affronti le tue paure?

Potessi, sarei già lì adesso!

Innanzi tutto, secondo me, bisogna smitizzare la figura del reporter perchè non è un pazzo suicida che va, si lancia e resta in un posto senza conoscerlo, senza sapere come muoversi. Mediamente ci si documenta prima, si sa dove sta andando, si cercano i contatti giusti e ci si muove in quel modo.

Quindi, anche per il mio viaggio artico, mi sono documentata, ho parlato con chi c’era stato, ho chiesto come mi dovevo muovere, che cosa dovevo fare, insomma vai con una certa preparazione.

Nell’Artico mi è capitato di aver avuto paura forse in un paio di volte durante una tempesta.

La natura non mi fa paura, ne ho il giusto timore e la giusta reverenza perchè riconosco un qualcosa di più grande di me e che non posso assolutamente dominare.

Se devo essere sincera, ho più paura degli esseri umani perchè sanno essere veramente cattivi, quindi la paura è un sentimento che riservo all’essere umano.

L’Artico è questo! Non domini nulla, decide lui e non hai la piena disposizione di te stesso, cosa che per noi è. Programmare le cose è tutto quello che ci riesce meglio no?

Perchè questo Covid ci ha stressato così tanto? Lasciando perdere il punto di vista sanitario, ci ha stressato perchè improvvisamene qualcosa o altro decideva per noi ed era qualcosa contro cui non ce la potevamo prendere. C’era un fatto ambientale e ci siamo incazzati perchè non siamo abituati.

Il fatto che l’ambiente decide per te, nell’Artico è una cosa normale, sei tu che ti adatti.

Secondo me sarebbe auspicabile pensare di essere in una situazione tale per cui ci mettiamo nella testa che, effettivamente, non sempre possiamo decidere tutto e questo sarebbe un grande insegnamento per tutti noi.

Mi Tular – Io sono il confine

Link alla pagina del progetto: https://www.valentinatamborra.com/projects/mi-tular/

Copyright ©Valentina Tamborra

Il tuo primo progetto sull’Artico è stato “Mi Tular: io sono il confine”, puoi raccontare brevemente di cosa si tratta? Da dove parte l’idea e dove ti ha portato?

In realtà non è il primo progetto in Norvegia perchè il primo era “Nient’altro che finzioni” con l’attrice teatrale Federica Fracassi e poi da lì mi sono mossa alle Svalbard per “Mi Tular: io sono il confine”.

Questo lavoro, a cui tengo molto, mi ha guidato fino alle Isole Svalbard che, come dicevo prima, è il posto più a nord stabilmente abitato del mondo e dove ho avuto a che fare con ciò che giace sotto l’Artico.

Quindi in particolar modo, mi sono occupata del motivo per cui gli uomini si spingono a vivere in un posto così inospitale, scoprendo che essenzialmente, come per quasi tutta la storia umana, è per le materie prime, che in questo caso è il carbone.

Alle Svalbard esistono ancora 2 miniere di carbone attive. Ho voluto documentare, quindi, la vita dei minatori, sono scesa a 200 metri sotto il permafrost scoprendo le miniere in utilizzo e quelle in disuso.

Miniere di carbone alle Isole Svalbard - Copyright ©Valentina Tamborra
Copyright ©Valentina Tamborra
Copyright ©Valentina Tamborra

In quella in disuso in particolare ho scoperto che esiste una cosa meravigliosa che è la Arctic World Archive che è in qualche modo l’archivio di tutta la memoria del mondo.

Esiste una società norvegese che si chiama Piql che ha inventato un polimero super segreto fatto per durare fino a 1000 anni in condizioni ideali e quindi nell’Artico. Quì vengono riversati i dati di alcuni dei luoghi più importanti al mondo, come quelli della Biblioteca Apostolica Vaticana.

Quindi noi sotto l’Artico abbiamo in qualche modo un archivio da dove, se un domani ci colpisse una tragedia e tutto venisse cancellato, potremmo ricominciare a vivere.

L’essere umano non ha bisogno solo di semi e sementi presenti nel “Global Seed Vault“, anche questo, un luogo straordinario alle Svalbard, ma ha bisogno anche della poesia, della memoria, della bellezza, di raccontare ciò che siamo stati, il nostro pensiero, la nostra cultura.

Ho lavorato sotto il ghiaccio e poi anche sopra dove, seguendo le guide con i cani da slitta, sono giunta a Pyramiden, un avamposto dell’ex Unione Sovietica dove vivono 11 persone, tra cui un governatore che si chiama Petr Petrovich.

Di base mi sono mossa tra quelle storie umane che popolano l’artico e mi sono accorta di quanto le persone poi siano rimaste entusiaste ed affascinate tanto quanto me. Questo è il vero motore. Io quando mi entusiasmo è perchè penso questa storia potrà piacere, questa storia è interesse di tutti, non è solo mia perchè è universale.

Mi Tular ha dimostrato la sua universalità. Oggi sono contenta perchè Mi Tular, insieme a Skrei il viaggio, andrà in mostra a Roma nel 2022 per l’Ambasciata di Norvegia. Si pensa al Museo di Roma in Trastevere, ma stiamo valutando. Skrei invece andrà in mostra a ottobre a Fondazione Querini Stampalia a Venezia.

Questo ci fa capire che sono delle storie che interessano tutti, tanto da girare in questi musei, luoghi meravigliosi a cui sono grata per l’accoglienza, perchè si ha voglia di scoprirle e condividerle.

Sì, Mi Tular è stato uno dei primi lavori artici, non norvegesi, ma artici.

So che le Svalbard sono un territorio molto ostile, tra orsi polari, tempeste, freddo glaciale e scarsa visibilità. Come si affronta un viaggio di questo tipo sia fisicamente che psicologicamente?

Psicologicamente ci vuole semplicemente resistenza e forza perchè devi capire che non decidi niente, quindi ti devi adattare un po’ a ciò che accade.

Più che altro ci vuole una grande pazienza, sapere che non tutto andrà esattamente come vuoi, che non puoi per forza organizzare tutto quanto nei tempi in cui vuoi tu…però in realtà è un’avventura straordinaria.

Fisicamente l’Artico non scherza e quindi ci vuole l’attrezzatura tecnica adeguata e delle guide, perchè non si può girare alla leggera…già in montagna non si può girare così, figuriamoci nell’Artico. Lì è la volta buona che ci lasci le penne, come dice Kim Holmen, il direttore internazionale del Centro Ricerca degli Studi Artici: “Se nell’Artico qualcosa va storto, può andare veramente storto”.

Copyright ©Valentina Tamborra

A tal proposito, ricordo che durante il corso ci hai raccontato un aneddoto di quando siete stati sorpresi da una tempesta e che vi ha fatto separare dalla vostra guida. Puoi raccontare quest’avventura? Qual è stato il tuo primo pensiero in quel momento?

Eh! Il mio primo pensiero è stato che eravamo veramente persi senza gps e senza fucile e quindi poteva essere l’ultimo viaggio. E’ stata dura mantenere la calma e ammetto anche di non averla mantenuta completamente; mi sono piuttosto spaventata, come da umano è giusto che sia.

C’è questo fenomeno che si chiama “white out” che è quando non vedi a 5 cm dal tuo naso e avevamo quindi perso la nostra guida nella tempesta.

In realtà lui era giù da una piccola scarpata dove era sceso con la motoslitta per fare strada e aprire un varco nella neve che in quel momento stava aumentando. La tempesta era piuttosto forte!  Lui sapeva dove noi eravamo, il problema era che noi non sapevamo che lui sapeva dove eravamo e quindi quando lui è tornato indietro è stato il momento in cui ho detto “ok, anche questa volta l’ho scampata!”.

Ecco perchè dicevo prima…nonostante lui fosse una guida esperta con gps e fucile, questi sono luoghi dove fare una stupidata ti può costare veramente cara perchè lì non ci sono punti di riferimento, non puoi tornare indietro ed è una cosa da tenere presente.

C’è qualche altro episodio particolarmente emozionante che mi puoi raccontare?

Mi Tular, io sono il confine - Isole Svalbard - Copyright ©Valentina Tamborra
Copyright ©Valentina Tamborra

Ce ne sono mille, però ti posso raccontare che una volta, sempre da quelle latitudini, si è rotto il ghiaccio mentre passavamo e metà della nostra motoslitta è finita in acqua. Per tirarla fuori abbiamo lavorato con il lazo e altre cose che avevamo lì in quel momento. il ghiaccio era sottilissimo.

Il ghiaccio sottilissimo è uno di quegli effetti causati dal cambiamento climatico; quella era una rotta conosciutissima dalle guide, si passava sempre, ma purtroppo ultimamente il clima è cambiato e certe cose non possiamo più darle per scontate.

Skrei il viaggio

Link alla pagina del progetto: https://www.valentinatamborra.com/projects/skrei-il-viaggio/

Skrei il viaggio - Copyright ©Valentina Tamborra
Copyright ©Valentina Tamborra

Passando ora all’altro progetto “Skrei il viaggio” puoi parlarne, spiegare che cos’è, da dove parte l’idea e dove ti ha portato?

È una storia molto particolare perchè è una storia tra Italia e Norvegia. Parte dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, dove è custodito il diario di viaggio di un nobiluomo, Pietro Querini, che nel 1430 naufraga.

Lui voleva andare a consegnare il suo carico di malvasia, di seta e di spezie nelle Fiandre e invece naufraga sull’allora sconosciute coste delle Isole Lofoten.

Qui, con 11 dei suoi 68 uomini, viene salvato da dei pescatori dell’isola più settentrionale delle Lofoten, che si chiama Røst dove rimase ospite per quasi tre mesi. Tornato in terra natia porta con sè gli stoccafissi e un diario, il primo vero reportage di viaggio nel 1431.

Racconta la storia di un mondo semplice ed ospitale dove le persone si prendono cura l’una delle altre senza fare distinzione tra etnia, religione, credo, lingua.

Nel suo diario ci sono queste storie straordinarie e una frase che poi guiderà il mio lavoro:

Pietro Querini, diario di viaggio del 1431

“Per essere uomini di mondo bisogna accettare e conoscere le altre culture”

Questa frase ha poi guidato il mio viaggio fino a Venezia dove ho trovato un altro diario scritto da 2 marinai di Pietro Querini, Niccolò De Michele e Cristoforo Fioravante per poi arrivare fino a Røst, l’ultima isola delle Lofoten, oltre il Circolo Polare Artico.

Qui ho scoperto una comunità di pescatori che essenzialmente, a parte GPS e qualche innovazione tecnologica, è rimasta quella di allora. Persone di aperte vedute ed ospitali che vivono di pesca.

Così come Røst, anche l’economia del resto delle Isole Lofoten si basa principalmente sulla pesca (settore importantissimo), nonostante siano una meta turistica piuttosto conosciuta.

Altro tema che mi viene quindi da toccare è la sostenibilità ambientale perchè effettivamente, con il cambiamento climatico, stanno cambiando un po’ di cose da quelle parti, quindi c’è il serio rischio che non si riesca più a garantire una pesca come una volta.

Skrei il viaggio - Copyright ©Valentina Tamborra
Copyright ©Valentina Tamborra

Prima hai parlato di Pietro Querini e del suo diario. Com’è stato entrare in contatto con questo antico reperto?

Skrei il viaggio, diario di Pietro QUerini - Copyright ©Valentina Tamborra
Copyright ©Valentina Tamborra

 

Eh! È stato molto, molto affascinante perchè ho potuto accedere alla Biblioteca Apostolica Vaticana, una cosa che normalmente non si può fare.

Quindi è stato già quello il regalo, già solo per questo è valso la pena fare questo lavoro.

Un grande privilegio.

Durante la tua ricerca, ad un certo punto ti sei spostata a Venezia…che cosa hai scoperto lì?

Lì ho scoperto che il Mercato Ittico di Rialto, una realtà da difendere e proteggere ancora oggi, sorge sulle rovine di casa Querini, quindi siamo tutti legati a questa storia più di quello che pensiamo.

Skrei quindi racconta la storia di una fratellanza tra popoli attraverso i racconti di Pietro Querini. Puoi parlare di questo legame tra Italia e Norvegia?

Skrei il viaggio - Copyright ©Valentina Tamborra
Copyright ©Valentina Tamborra

Il legame è forte, fai conto che, da allora, il 90% del merluzzo che noi utilizziamo arriva dalla Norvegia.

Inoltre a Røst esiste l’Accademia Dante Alighieri più settendrionale del mondo dove si parla italiano e si perserva la cultura italiana.

C’è anche un’opera lirica dedicata a Pietro Querini che viene fatta ogni agosto durante il festival a lui dedicato e che dura 3 giorni. E’ un’opera scritta in parte in norvegese ed in parte in italiano e la porta in scena Hildegunn Pettersen, una nota cantante lirica norvegese originaria di Røst. Insieme a lei ci sono le persone di Røst, quindi in scena ci sono bimbi, pescatori anziani dell’isola.

Skrei il viaggio - Memoriale dedicato a Pietro Querini - Copyright ©Valentina Tamborra
Copyright ©Valentina Tamborra

Qual’è la storia e di conseguenza anche la foto a cui sei più affezionata? C’è qualcuno che ti ha colpito in modo particolare in questi due viaggi e perchè?

Di storie ce ne sono tante, ma ti posso parlare di Kare Martin che era un vecchio pescatore conosciuto a Røst nel mio viaggio in agosto.

Era sempre davanti alla finestra a guardare il mare e la sua barca di quando aveva 16 anni con cui aveva iniziato a pescare.

Questo è stato davvero un grande incontro, una persona meravigliosa, solare, un uomo che non andava più per mare, ma aveva il cuore inquieto da buon marinaio. Putroppo è venuto a mancare, quindi quando poi sono tornata nel marzo scorso, lui non c’era più. Però la forza della fotografia è anche quella no? Mantiene viva la memoria.

Kare Martin. Skrei il viaggio - Copyright ©Valentina Tamborra
Copyright ©Valentina Tamborra

Ultime riflessioni


Questi due progetti ti hanno portato ad entrare in contatto con la gente del posto, a vivere insieme a loro e a scoprire in che modo si vive in Artico. Cosa ti è rimasto di più di questi viaggi e quali sono state le tue sensazioni.

Ogni viaggio ha in sè una storia, un racconto o tante storie.

Dell’Artico sicuramente mi rimane l’apertura mentale che c’è. Nonostante ci vivono persone con tante culture diverse in un luogo così lontano da tutto, l’apertura mentale e il fatto di adattarsi ad una natura che noi ci siamo quasi dimenticati di abitare è il ricordo che porto di più dentro di me.

Ultima domanda. So che il confine, come abbiamo anche detto prima è una parte importante per te e i tuoi progetti, un tema ricorrente… Puoi definirmi meglio cos’è per te il confine e cosa rappresenta?

Per me il confine è un qualcosa di bellissimo, un luogo di passaggio, un luogo ricco, un luogo di incontro.

Di recente facevo una presentazione del mio libro Skrei il viaggio con Simona Vinci e una persona ci ha detto “ma voi proprio non avete paura di confini anzi li cercate” ed è vero, cioè io li ricerco perchè secondo me è sui confini che si incontra il mondo davvero. E’ lì che hai la possibilità di scoprire, di conoscere, di indagare a fondo.

“Per me il confine non è altro che un luogo di passaggio, un luogo di incontro ed è anche un luogo da dove puoi vedere meglio il mondo nella sua interezza.”
Valentina Tamborra

Valentina Tamborra

Sito web: https://www.valentinatamborra.com/

Pagina Facebook: Valentina Tamborra – Fotograficamente

Profilo Instagram: @valentina_tamborra83

 

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Elena Vizzoca

Elena Vizzoca

Ciao! Mi chiamo Elena e sono una fotografa freelance. Ho seguito manifestazioni sportive nazionali e internazionali, concerti, spettacoli e moda. La mia passione per i viaggi mi ha portato ad ampliare il mio sito fotografico, inserendo la sezione travel, dove, attraverso le mie foto, racconto le mie esperienze di viaggio e le mie emozioni.

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